Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO rappresenta un passaggio storico che va letto in continuità con un percorso già avviato oltre un decennio fa. Nel 2010, infatti, l’UNESCO aveva già riconosciuto la Dieta Mediterranea come patrimonio immateriale dell’umanità, sancendo il valore universale di un modello alimentare fondato su equilibrio nutrizionale, stagionalità, biodiversità e relazioni sociali.
Con la nuova iscrizione, l’UNESCO compie un ulteriore passo: dalla valorizzazione di un modello alimentare si passa al riconoscimento di un sistema culturale complesso, che comprende pratiche quotidiane, saperi artigianali, filiere produttive, ritualità conviviali e identità territoriali. La cucina italiana non è più soltanto un insieme di stili alimentari virtuosi, ma un’infrastruttura culturale ed economica che attraversa il Paese e ne definisce l’immagine globale.
Si tratta si una continuità culturale che parte dalla Dieta Mediterranea e va alla cucina italiana.
La Dieta Mediterranea, riconosciuta inizialmente per il suo impatto positivo sulla salute e sulla sostenibilità, è profondamente radicata nei territori del Mezzogiorno e, in particolare, della Puglia, dove l’uso dell’olio extravergine d’oliva, dei cereali, dei legumi, del pesce, delle verdure e della stagionalità rappresenta una pratica quotidiana più che una costruzione teorica.
In questo senso, il nuovo riconoscimento UNESCO della cucina italiana può essere letto come un’estensione naturale di quel percorso: dalla dieta come modello nutrizionale alla cucina come espressione culturale, economica e sociale. Un passaggio che valorizza il ruolo delle comunità locali e dei territori come custodi di saperi e pratiche tramandate nel tempo.
In effetti, si parla di un patrimonio immateriale che produce valore materiale. I dati economici confermano che questo patrimonio immateriale genera effetti molto concreti. Secondo il Rapporto Ristorazione 2025 di FIPE-Confcommercio, nel 2024 il settore della ristorazione italiana ha prodotto 59,3 miliardi di euro di valore aggiunto, con consumi fuori casa superiori ai 96 miliardi di euro. Il comparto conta oltre 327.000 imprese attive e circa 1,5 milioni di occupati, configurandosi come uno dei principali pilastri del terziario nazionale.
Si tratta di un sistema diffuso, che trova nei territori come Bari e la Bat una declinazione particolarmente significativa: qui la cucina è strettamente legata al paesaggio agricolo, alla pesca, ai mercati urbani, alle botteghe alimentari e ai pubblici esercizi, che svolgono una funzione economica ma anche sociale e culturale.
Per quel che riguarda la cucina, il turismo e i comportamenti di consumo, il legame tra cucina e turismo è ormai strutturale. Nel 2024, turisti italiani e stranieri hanno speso oltre 23 miliardi di euro nei servizi di ristorazione, generando 11 miliardi di euro di valore aggiunto in circa 3.300 comuni turistici italiani. L’esperienza gastronomica, sempre più orientata all’autenticità e alla qualità, è diventata una delle principali motivazioni di viaggio. Un ulteriore indicatore è rappresentato dalla spesa digitale dei turisti stranieri: con oltre 5,5 miliardi di euro, la ristorazione è oggi la prima voce di spesa elettronica dei visitatori internazionali. Un dato che segnala come la cucina italiana, e in particolare quella mediterranea, sia pienamente integrata nei flussi turistici globali.
L’effetto UNESCO potrà essere inteso come moltiplicatore territoriale?
In questo contesto, il riconoscimento UNESCO della cucina italiana può agire come un moltiplicatore di attrattività e sviluppo. Secondo stime diffuse da ANSA su elaborazioni Confesercenti, l’impatto potrebbe tradursi in un incremento dei flussi turistici tra il 6% e l’8% nei primi due anni, pari a fino a 18 milioni di presenze aggiuntive.
Per territori come Bari e la BAT, già naturalmente connessi ai valori della Dieta Mediterranea, questa fase rappresenta un’opportunità strategica per rafforzare la qualità dell’offerta, valorizzare le filiere locali e consolidare il ruolo delle imprese della ristorazione e del commercio come presidi di identità e sviluppo.
A livello internazionale, la forza economica della cucina italiana è già evidente. Da Brand globale a bene comune. Secondo Deloitte, il foodservice legato alla gastronomia italiana vale circa 251 miliardi di euro, pari al 19% del mercato mondiale della ristorazione con servizio al tavolo. Tuttavia, il riconoscimento UNESCO introduce una responsabilità ulteriore: trasformare questo successo globale in sviluppo sostenibile, qualità del lavoro e tutela dei saperi.
Come sottolinea Vito D’Ingeo, presidente di Confcommercio Bari-BAT, «la cucina ha un valore non solo culturale ma anche economico e sociale. Nei nostri territori rappresenta un elemento identitario che nasce dalle comunità e si traduce in impresa, occupazione e attrattività».
Il doppio riconoscimento UNESCO — Dieta Mediterranea prima, cucina italiana oggi — disegna un orizzonte chiaro: la gastronomia non è più soltanto un tema di promozione o marketing territoriale, ma una leva di policy, che incrocia salute, ambiente, economia, lavoro e coesione sociale. Investire sulla cucina italiana significa investire su territori, comunità e imprese, affinché questo patrimonio resti vivo, dinamico e capace di generare valore nel tempo. Una sfida che parte dalle pratiche quotidiane e arriva alle strategie di sviluppo, passando per le città, le imprese e le tavole che continuano a raccontare l’Italia al mondo.




