Num R.G. 3328/2007 – Num. Reg. Stampa 35

PERIODICO DI INFORMAZIONE SCIENTIFICA
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Il lavoro in Italia nel 2026: numeri incoraggianti ma divari di genere ancora profondi

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Oggi l’ISTAT ha diffuso i dati più recenti sul mercato del lavoro italiano e, a prima vista, sembrano notizie positive: disoccupazione ai minimi storici, occupazione complessiva in crescita e segnali di stabilità per l’economia. Ma se ci si sofferma sul dettaglio di genere, il quadro cambia radicalmente. La partecipazione femminile continua a essere una delle principali fragilità strutturali del Paese e posiziona l’Italia tra le ultime posizioni in Europa, con divari che non si colmano e che mostrano come le donne siano più vulnerabili alle oscillazioni del mercato del lavoro, più esposte alla precarietà e meno rappresentate nei settori ad alta crescita.

Secondo i dati ISTAT, la diminuzione recente dell’occupazione riguarda in modo più marcato le donne, mentre l’occupazione maschile si mantiene sostanzialmente stabile. Nel confronto con la media europea, la partecipazione femminile in Italia è ancora molto lontana dagli standard: circa il 53% delle donne tra i 15 e i 64 anni è occupata, contro il 66% della media UE. Il divario cresce nelle fasce centrali di età, tra i 25 e i 54 anni, quelle in cui la stabilità lavorativa dovrebbe essere maggiore, e rimane elevato anche tra i giovani. Il tasso di occupazione maschile, invece, supera abbondantemente quello femminile, e la differenza tra uomini e donne in Italia resta tra le più alte in Europa, superando i 18 punti percentuali, contro una media UE di circa 10 punti.

Ma il problema non è solo numerico. Dietro queste cifre si nascondono fattori strutturali e culturali che penalizzano le donne: servizi di cura insufficienti, carichi familiari ancora sbilanciati, congedi parentali maschili poco utilizzati e una conciliazione lavoro-famiglia spesso inefficace. La qualità del lavoro femminile è più fragile, caratterizzata da part-time involontario, contratti a termine e minori opportunità di carriera e retribuzione. Tutti questi elementi concorrono a creare una situazione in cui le donne, pur volendo lavorare, spesso non riescono a partecipare pienamente e stabilmente al mercato del lavoro.

Il confronto con gli altri paesi europei evidenzia ancora di più la distanza italiana. Nei paesi del Nord e dell’Est Europa, dove il gender gap è tra i più bassi, la partecipazione femminile è quasi pari a quella maschile, e questo è il risultato di politiche pubbliche mirate e continuative: servizi per l’infanzia capillari e accessibili, congedi parentali paritari e ben retribuiti, incentivi per il rientro al lavoro, politiche attive per le donne e trasparenza salariale. In Italia, alcune di queste misure esistono, ma spesso in forma frammentaria, sperimentale o disomogenea sul territorio. Gli investimenti del PNRR negli asili nido e nei servizi per l’infanzia sono un passo nella direzione giusta, ma da soli non bastano: senza continuità e riforme strutturali, il divario di genere continuerà a limitare la crescita e la competitività del Paese.

Il divario non è solo una questione sociale, ma anche economica. Ogni donna esclusa dal mercato del lavoro rappresenta un’opportunità persa per la produttività nazionale, per il gettito fiscale e per la sostenibilità del welfare, soprattutto in un contesto demografico di popolazione in diminuzione. I numeri positivi sull’occupazione non possono essere letti come una vittoria definitiva: se metà della popolazione resta marginale, la crescita economica rimane incompleta e fragile.

In Italia il lavoro non può essere considerato un dato statistico da celebrare senza interrogarsi su chi resta escluso. Le cifre incoraggianti devono tradursi in politiche efficaci, in investimenti strutturali nei servizi di cura, in congedi equilibrati e accessibili, in opportunità di carriera concrete e nella riduzione della precarietà femminile. Solo così il mercato del lavoro potrà essere davvero inclusivo, e l’Italia potrà liberare tutto il suo potenziale produttivo. Perché un Paese che lavora solo a metà non può definirsi un Paese in piena salute.

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