Num R.G. 3328/2007 – Num. Reg. Stampa 35

PERIODICO DI INFORMAZIONE SCIENTIFICA
Direttore Responsabile: Alessandra Lofino

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L’aria non ha confini: Copernicus fotografa la nuova geografia dell’inquinamento

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Quasi il 40% della popolazione mondiale esposto a livelli estremamente elevati di ozono
troposferico nei primi otto mesi del 2026. Il nuovo rapporto europeo mostra come caldo estremo,
incendi e polveri desertiche possano trasformare un fenomeno locale in un problema che attraversa
continenti e oceani.

L’inquinamento atmosferico non conosce confini. Può nascere in un territorio, essere trasportato
dalle correnti atmosferiche per migliaia di chilometri e raggiungere popolazioni lontane dalle
sorgenti originarie. È questa una delle evidenze più significative contenute nel nuovo CAMS
Atmosphere Watch 2026, il rapporto pubblicato il 30 settembre dal Copernicus Atmosphere
Monitoring Service (CAMS), il servizio europeo di monitoraggio dell’atmosfera realizzato dal
Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) per conto della
Commissione europea.


La prima edizione di questo rapporto concentra l’attenzione su tre fenomeni strettamente connessi
alla qualità dell’aria e alla dinamica dell’atmosfera: l’ozono troposferico, il fumo prodotto dagli
incendi e le polveri desertiche. La fotografia restituita da Copernicus riguarda i primi otto mesi del
2026 e mette in evidenza il rapporto sempre più stretto tra composizione dell’atmosfera, condizioni
meteorologiche e cambiamenti climatici.

Il dato che emerge con maggiore evidenza riguarda l’ozono presente negli strati più bassi
dell’atmosfera. Secondo l’analisi CAMS, nel corso del 2026 quasi il 40% della popolazione
mondiale è stata esposta a livelli estremamente elevati di ozono al suolo. Circa il 50% della
popolazione globale ha inoltre sperimentato livelli di qualità dell’aria classificati come molto scarsi
o estremamente scarsi a causa delle concentrazioni di ozono. Soltanto il 5% della popolazione
mondiale è risultato esposto a livelli di ozono classificati come “buoni” nel periodo analizzato.
È importante, però, distinguere questo fenomeno da quello comunemente associato al cosiddetto
“buco dell’ozono”. Si tratta infatti di due questioni differenti. L’ozono stratosferico, concentrato
negli strati superiori dell’atmosfera, svolge una funzione essenziale perché assorbe gran parte delle
radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole. L’ozono troposferico, quello analizzato nel rapporto
Copernicus, si trova invece vicino alla superficie terrestre ed è un inquinante atmosferico dannoso
per la salute umana e per la vegetazione.

L’ozono al suolo non viene emesso direttamente in quantità significative. Si forma attraverso una
serie di reazioni fotochimiche che coinvolgono principalmente ossidi di azoto e composti organici
volatili in presenza della luce solare. Temperature elevate e condizioni atmosferiche stabili possono
accelerare questi processi e favorire l’accumulo dell’inquinante. È proprio per questo che le ondate
di calore rappresentano uno degli elementi determinanti negli episodi di elevata concentrazione di
ozono.

Il 2026 ha offerto numerosi esempi di questa relazione. Le ripetute ondate di calore che hanno
interessato l’emisfero settentrionale durante l’estate hanno favorito condizioni particolarmente
favorevoli alla formazione e alla persistenza dell’ozono troposferico. In Europa, secondo CAMS,
l’ozono rimane l’eccezione rispetto ai progressi registrati negli ultimi anni nella riduzione di altri
principali inquinanti atmosferici. Le politiche di mitigazione hanno prodotto miglioramenti

significativi per particolato, biossido di azoto e biossido di zolfo, mentre per l’ozono non emerge
una tendenza altrettanto netta alla diminuzione.
Anche l’Italia compare nella fotografia europea del rapporto. Tra le città considerate nell’analisi,
Milano è indicata tra quelle europee con alcuni dei livelli di esposizione più elevati all’ozono nel
periodo preso in esame. CAMS cita inoltre Bergamo tra le aree particolarmente esposte durante
l’ondata di calore del luglio 2026, evidenziando come, in quella fase, alla componente delle
emissioni locali si sia sommato il contributo del trasporto atmosferico dell’ozono su scala più
ampia.

È proprio la capacità dell’ozono di viaggiare attraverso l’atmosfera a rendere il fenomeno
particolarmente complesso. La sua permanenza nella troposfera può variare da alcuni giorni vicino
alla superficie fino a diverse settimane negli strati più alti. Questo significa che la concentrazione
registrata in una determinata area può essere il risultato non soltanto delle emissioni locali, ma
anche del trasporto a lunga distanza. Nel Nord dell’emisfero, inoltre, i flussi transfrontalieri
contribuiscono a mantenere livelli di fondo relativamente elevati, interessando anche aree lontane
dalle principali fonti di inquinamento.
A complicare ulteriormente il quadro intervengono gli incendi. Il 2026 è stato caratterizzato da
numerosi episodi di incendi di grande intensità, con conseguenze sulla qualità dell’aria in vaste aree
del Nord America, della Siberia, dell’Europa occidentale e del Sud-est asiatico. La combustione
della vegetazione libera nell’atmosfera particolato fine PM2,5, ossidi di azoto, composti organici
volatili e gas serra. Queste sostanze non rimangono necessariamente concentrate nei pressi
dell’incendio: possono essere trasportate dalle correnti atmosferiche, trasformandosi chimicamente
durante il viaggio e contribuendo anche alla formazione di ozono secondario.
il fenomeno trasforma così un’emergenza locale in un episodio di inquinamento regionale o
addirittura continentale. È una delle caratteristiche che CAMS ha voluto mettere in evidenza con la
nuova pubblicazione: la distanza geografica dalla sorgente non coincide necessariamente con la
distanza dall’inquinamento.

Lo stesso principio vale per le polveri desertiche. Ogni anno, secondo i dati richiamati da
Copernicus sulla base delle stime della World Meteorological Organization, circa due miliardi di
tonnellate di sabbia e polvere entrano nell’atmosfera. Le aree desertiche costituiscono una delle
principali sorgenti naturali di particolato e i pennacchi possono essere trasportati per grandi
distanze. Il Sahara rappresenta uno degli esempi più studiati: le sue polveri attraversano
regolarmente il Mediterraneo e raggiungono l’Europa, ma possono spingersi anche sull’Atlantico e
verso i Caraibi.
Il trasporto delle polveri è un fenomeno naturale, ma il suo impatto sulla qualità dell’aria diventa
particolarmente rilevante quando le particelle desertiche si sommano ad altri inquinanti presenti
nell’atmosfera. Anche in questo caso, quindi, la qualità dell’aria osservata in una città o in una
regione è il risultato di una combinazione di fattori locali, regionali e globali.

È proprio per ricostruire questa complessa interazione che il sistema Copernicus integra dati
provenienti da fonti diverse. Il CAMS combina milioni di osservazioni satellitari con informazioni
provenienti dalle reti di monitoraggio al suolo, dagli aeromobili e da altri sistemi di rilevamento,
integrandole con modelli avanzati della composizione atmosferica. Il sistema è in grado di seguire
in tempo quasi reale numerose sostanze, tra cui particolato, ozono, biossido di azoto e monossido di
carbonio, oltre alle emissioni prodotte dagli incendi.

La combinazione tra osservazioni e modellistica permette inoltre di colmare le aree nelle quali le
misurazioni dirette sono meno disponibili e di ricostruire il percorso degli inquinanti oltre i confini
nazionali. È un passaggio fondamentale perché consente di leggere la qualità dell’aria non più
soltanto attraverso la fotografia di una singola stazione di monitoraggio, ma come un sistema
dinamico nel quale atmosfera, meteorologia, emissioni e clima interagiscono continuamente.
Il rapporto CAMS richiama così una questione destinata ad assumere un peso crescente nella ricerca
ambientale: l’aumento delle temperature può rendere più difficile il controllo di alcuni inquinanti
atmosferici. Nel caso dell’ozono, infatti, il caldo e la maggiore disponibilità di radiazione solare
favoriscono i processi chimici che ne determinano la formazione. Gli incendi, a loro volta, possono
intensificarsi in condizioni più calde e secche, aumentando la quantità di fumo e di precursori
dell’ozono immessi nell’atmosfera.
La fotografia di Copernicus non descrive quindi soltanto lo stato dell’aria nei primi mesi del 2026.
Mostra un’atmosfera nella quale i fenomeni sono sempre più interconnessi e nella quale un evento
meteorologico estremo, un incendio o una massa di polvere possono produrre conseguenze molto
oltre il luogo in cui hanno avuto origine.
Per la comunità scientifica, il monitoraggio continuo diventa per questo uno strumento essenziale.
Conoscere la provenienza degli inquinanti, seguirne gli spostamenti e comprendere le condizioni
che ne favoriscono la formazione permette di migliorare le previsioni sulla qualità dell’aria e di
fornire alle autorità informazioni utili per la protezione della salute e dell’ambiente.
Il messaggio che arriva dal nuovo CAMS Atmosphere Watch 2026 è dunque quello di un’atmosfera
profondamente interconnessa. L’aria che respiriamo non è soltanto il risultato di ciò che viene
emesso nel territorio in cui viviamo: è anche il prodotto di processi che possono iniziare a migliaia
di chilometri di distanza. E mentre il cambiamento climatico modifica sempre più frequentemente le
condizioni meteorologiche estreme, comprendere queste connessioni diventa una delle chiavi per
affrontare la qualità dell’aria come una questione ambientale, sanitaria e globale.
Fonte: Atmosfera Copernicus⁠

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