Il dott. Domenico Novelli invita a recuperare la centralità della semeiotica e dell’empatia nella medicina moderna dominata dalla tecnologia.
Nel dibattito contemporaneo sulla trasformazione della medicina, il contributo del dott. Domenico Novelli, chirurgo con una lunga esperienza maturata nel passaggio tra XX e XXI secolo, oltre ad essere stato Responsabile Ernia Center “Miulli” di Acquaviva delle Fonti (Ba), offre una prospettiva rilevante per comprendere l’impatto della tecnologia sulla pratica clinica e sulle dinamiche del rapporto medico-paziente.
Secondo Novelli, la sequenza che ha guidato la trasformazione del settore sanitario segue un principio ormai consolidato nelle scienze sociali: la tecnologia modifica i processi sociali, e questi ultimi generano a loro volta nuovi modelli culturali. La medicina non fa eccezione, e l’avvento del digitale ha introdotto un cambiamento strutturale nella relazione di cura e nella percezione stessa dell’autorità medica.
Uno degli aspetti che Novelli evidenzia è la crescente presenza, soprattutto tra i nativi digitali, di quello che definisce “spazi liminali digitali”: ambienti immateriali in cui l’identità, l’interazione e il processo comunicativo avvengono secondo parametri differenti rispetto alla relazione in presenza.
La comunicazione asincrona, la rapidità dei tempi di scambio, la costruzione dell’identità attraverso flussi informativi frammentati influenzano – secondo Novelli – anche la modalità con cui i pazienti si avvicinano al sistema sanitario. La consultazione medica viene spesso percepita come un servizio immediato, replicabile, dove l’aspetto relazionale rischia di essere sostituito da una dimensione “funzionale” della cura.
Semeiotica clinica: un sapere tecnico prima ancora che relazionale
Uno dei passaggi centrali della riflessione di Novelli riguarda la semeiotica clinica, considerata oggi un ambito a rischio di marginalizzazione. La diagnostica strumentale, sempre più sofisticata e precoce, tende infatti a ridurre il ricorso all’anamnesi approfondita e all’esame obiettivo sistematico. Secondo il chirurgo, questo rappresenta non solo un indebolimento della relazione terapeutica, ma anche una perdita di competenze tecniche: il rilievo dei segni e dei sintomi resta il primo passaggio interpretativo, indispensabile per dare significato ai dati strumentali.
In un contesto dominato da algoritmi e referti ad alta precisione, l’abbandono progressivo della semeiotica può determinare: riduzione della capacità clinica di contestualizzare le immagini diagnostiche; eccessiva dipendenza da protocolli; difficoltà nell’individuare diagnosi differenziali non immediatamente documentabili; perdita di sensibilità nella relazione diagnostica. Novelli afferma che la semeiotica clinica rimane una competenza tecnica ad alta complessità cognitiva, in grado di guidare il ragionamento medico in scenari non standardizzati.
L’introduzione di linee guida, PDTA, checklist e protocolli di sicurezza ha portato benefici incalcolabili in termini di qualità e omogeneità delle cure. Tuttavia, Novelli sottolinea il rischio di una eccessiva “sovra-protocolizzazione” dell’atto medico.
L’atto chirurgico, osserva, non può essere ridotto integralmente a una sequenza riproducibile. Esso integra: conoscenze teoriche; abilità tecniche in evoluzione continua; capacità tattile e percettiva; giudizio situazionale; sensibilità sviluppata con l’esperienza. “Le competenze di due chirurghi non possono essere identiche, anche a parità di formazione”, osserva Novelli. La standardizzazione, indispensabile per la sicurezza, non deve però tradursi in una riduzione della dimensione individuale dell’atto chirurgico, che conserva una componente di artistry, riconosciuta anche dalla letteratura internazionale.
Un aspetto meno discusso, ma evidenziato da Novelli, riguarda la trasformazione dei tempi della medicina. Le tecnologie digitali hanno ridotto drasticamente i tempi di diagnosi e monitoraggio, ma il tempo recuperato non viene necessariamente reinvestito nella relazione medico-paziente. Il risultato è un potenziale incremento della distanza comunicativa, nonostante l’aumento delle informazioni disponibili. La disponibilità immediata di dati può indurre: una maggiore fiducia nel risultato strumentale rispetto alla valutazione clinica; un indebolimento della fase narrativa dell’anamnesi; una riduzione del tempo dedicato alla comunicazione empatica; una minore influenza del medico nella costruzione del percorso terapeutico condiviso. Il rischio è che l’innovazione, invece di avvicinare medico e paziente, generi una relazione “tecnomediata”, più efficiente ma meno profonda.
Novelli individua nella formazione uno degli snodi fondamentali per il futuro della professione. La rivoluzione tecnologica ha reso necessarie nuove competenze – dalla gestione dei sistemi digitali alla chirurgia robotica – ma, allo stesso tempo, ha reso ancora più urgente preservare le capacità cliniche tradizionali. Secondo il chirurgo, i percorsi formativi dovrebbero: reintegrare la semeiotica come competenza tecnica irrinunciabile; valorizzare il tempo dell’anamnesi come atto diagnostico, non accessorio; educare alla comunicazione clinica come parte integrante della cura; integrare la tecnologia come estensione, non sostituzione, del pensiero clinico; mantenere centrale il concetto di alleanza terapeutica.
Il pensiero del dott. Novelli si inserisce in un più ampio dibattito internazionale sul rischio di una “deumanizzazione tecnologica” della medicina. La sfida del prossimo decennio – sostiene – sarà la costruzione di un modello integrato in cui innovazione e tradizione coesistano senza annullarsi. La tecnologia, pur rappresentando una risorsa straordinaria, deve rimanere uno strumento. La clinica, con la sua componente tecnica e relazionale, deve conservare il ruolo di matrice interpretativa. L’Ars Medica, in questa prospettiva, non è un concetto nostalgico, ma un paradigma necessario per garantire una medicina completa, competente e umanamente efficace.




