“Il Vivere sostenibile” non è ancora una dimensione sociale molto diffusa in Italia, ma si fa strada lentamente e il paradigma è la parola cohousing, cioè avviare un nuovo stile di abitare con condizioni di benessere e qualità. Il cohouser o anche detto progettista sociale dedica le sue attività da alcuni anni e sicuramente con la pandemia ha intensificato il suo lavoro con l’incremento delle richieste da parte di anziani in difficoltà economiche e morali, di persone con disabilità e di famiglie giovani, intorno ai 40 anni. C’è da chiedersi, come mai, al momento lo Stato italiano non abbia ancora investito in questa formula . Il cohousing nasce nel Nord Europa negli anni ’70 come evoluzione delle ‘kollektìv_hus’ svedesi della metà del 900, che presentavano spazi e servizi comuni per aiutare le donne, lavoratrici a conciliare lavoro e famiglia e ogni Stato ne ha personalizzato la forma in base alla propria cultura e stato sociale e urbano. In Italia, si sviluppa per prima a Milano con , nel 2006, una società di professionisti, l’Urban Village Bovisa.
Nel nostro Paese, il cohousing si sta sviluppando per lo più al Nord: in Piemonte, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana. Inteso inizialmente come housing moderno, sociale che offre alloggi a canoni calmierati, promuove la formazione di smart communities con spazi condivisi, strumenti e servizi, con l’idea della “condivisione” al fine di determinarne socialità e collaborazione e stili di vita sostenibili, fatto su misura per l’esigenza di increscenti situazioni economiche e ambientali complesse, il cohousing nasce con progetti di costruzioni, da un decennio circa, nelle aree urbane, con complessi abitativi composti da alloggi privati indipendenti dotati di spazi e servizi comuni da poter condividere. «Le prime esperienze in Italia, ma anche negli Stati Uniti, dicono che a regime si può ottenere un risparmio fino al 10 – 15% sulla spesa media mensile delle famiglie a seconda di cosa hanno deciso di condividere e di come hanno deciso di organizzarsi», spiega Pietro Cobor. Si è sempre più andati verso una esigenza economica vantaggiosa, oltre che sociale con un costo del 20% in meno rispetto ai prezzi di mercato. Sostenibile anche dal punto di vista di consumo energetico, grazie anche all’inserimento di tecnologie rinnovabili oltre che ridurre lo spreco delle risorse come uso di elettrodomestici, aree di coworking, aree per il compostaggio, palestre, giardini, etc. La formula prevede anche la possibilità di affittare o aprire all’esterno spazi collettivi come micro-nidi e sale comuni. Chi decide di acquistare in cohousing, forma un gruppo di acquirenti/committenti che stabiliscono il progetto e tutto viene realizzato su misura con camere posizionate in modo personalizzato, materiali di costruzione selezionati. Si tratta, quindi, di insediamenti caratterizzati dalla “ compresenza di spazi abitativi individuali e di spazi comuni , sino al 10/15% del totale della volumetria costruita” afferma Cobor. Al vantaggio sociale, si aggiunge quello economico anche per quel che riguarda l’eliminazione degli oneri finanziari che rientrano nel progetto edilizio poiché il tutto si decide pre inizio cantiere e perché il progetto parte con i cohouser presenti e poi le forniture vengono gestite in modo diretto. Il numero delle unità ideale da punto di vista sostenibile è dieci persone per vivere in modo virtuoso, invece se si tratta di famiglie al di sopra di sessanta nuclei, i cohousing si possono organizzare in cluster, cioè cohousing di 30/40 Famiglie con spazi e servizi dedicati che gravitano intorno ad una club-house dedicata a tutti”.In Italia,si attende una legge in seguito ad una proposta di legge per il riconoscimento delle comunità intenzionali, ferma in Parlamento, che possa rendere questi modelli residenziali un soggetto giuridico semplificandone la fattibilità, anche accedendo a un prestito bancario, senza dover costituire una cooperativa, oltre che pagare la tassa dei rifiuti senza essere considerati una struttura alberghiera.
Assente, però e fondamentale, è una cultura rivolta a questa formula tant’è che per divulgare il fenomeno si organizzano interventi di piazza , tra cui l’iniziativa di maggio prossimo partita dall’olanda nel 2009 come “Intentional Communities Day” e poi ripresa in altri Paesi del nordeuropa e ora anche dall’Italia, con l’obiettivo di diffondere e promuovere il cohousing.




