Società , ambiente ed economia. Sono i tre assi di sviluppo delineati dall’Agenda 2030 dell’Onu, sottoscritta nel 2015, che individua le azioni da intraprendere al fine di tutelare le generazioni future per soddisfare un principio fondamentale, la sostenibilità. Sostenere, difendere, favorire, conservare e prendersi cura sono le modalità in itinere in tutti gli ambiti coinvolti per raggiungere gli SDGs, Sustainable development goals, in tutto diciassette e solo un network tra studiosi, ricercatori, economisti, sociologi, imprenditori, consentirà di raggiungere gli obiettivi e per farlo è fondamentale fornirsi di opportuni indicatori statistici, in modo che possano misurare e quantificare lo sviluppo sostenibile. Per farsì che sia analizzato un fenomeno è necessario renderlo misurabile attraverso l’individuazione di dati e in merito a ciò, la comunità scientifica è in difficoltà in quanto risulta abbastanza complesso individuare i dati per misurare la sostenibilità. A sostenerlo, il portavoce dell’AsviS, Enrico Giovannini “Quando Agenda 2030 è stata definita e gli indicatori sviluppati sono emersi da subito tre livelli di indagine. Il primo è quello per cui esistono sia i dati statistici che le metodologie … La commissione statistica dell’Onu ha identificato poi un secondo livello di indicatori, per i quali esistono le metodologie, ma non sono disponibili i dati per tutti i Paesi del mondo … Esiste un terzo livello di indicatori. Per questi non esistono nemmeno le definizioni metodologiche”. (fonte portale Asvis). Sono 240 gli indicatori individuati dalle Nazioni Unite, di cui solo 110 sono, al momento, a disposizione degli statistici. Intanto, da tempo si punta a trovare soluzioni per il raggiungimento degli obiettivi della sostenibilità attraverso l’aumento degli investimenti, in infrastrutture rurali, ricerca agricola e formazione, sviluppo tecnologico, ma ancora, accrescendo entro il 2030 la cooperazione internazionale per facilitare la ricerca e le tecnologie legate all’energia pulita, come anche le risorse rinnovabili, l’efficienza energetica e le tecnologie combustibili fossili, migliorare le capacità tecnologiche del settore industriale in tutti gli stati – in particolare in quelli in via di sviluppo, nonché incoraggiare le innovazioni e incrementare il numero di impiegati per ogni milione di persone, nel settore della ricerca e dello sviluppo e la spesa per la ricerca, sia pubblica che privata, e per lo sviluppo. E’ una grande sfida, quindi, quella dei ricercatori, data dalla complessità dei fenomeni da analizzare – spiega Filomena Maggino, segretariato ASviS e presidente Aiquav – Per la sua stessa natura, la sostenibilità è un fenomeno multidimensionale che si basa su fattori diversi, come, assicurare un lavoro dignitoso e la crescita economica, previsto da uno dei Goal e richiedere progressi per quanto riguarda la parità di genere (Goal 5). Non solo: i fenomeni che riguardano la sostenibilità sono dinamici, evolvono nel tempo, spesso seguendo andamenti non lineari. Occorre quindi definire modelli adeguati in grado di fotografare l’evoluzione dei fenomeni nel tempo oltre che catturarne la distribuzione territoriale. “È importante la territorializzazione degli indicatori, ma anche la loro internazionalizzazione, per permettere un confronto tra Paesi” ha concluso Maggino.( fonte AsViS by William Valentini). Tanti, dunque, gli aspetti della sostenibilità: Educazione, genere e diseguaglianze; Salute, benessere e demografia; Energia de-carbonizzata e industria sostenibile; Cibo, terra, acqua e oceani sostenibili; Città e comunità sostenibili; Rivoluzione digitale e sviluppo sostenibile.e
Ecco che la bioeconomia, riceve un riconoscimento a livello internazionale come settore capace di introdurre e coordinare i processi economici produttivi.
Tra la COP27 (Conferenza delle Nazioni Unite) sui temi energetici e di mitigazione del cambiamento climatico e la COP15 sulla biodiversità, la bioeconomia, già riconosciuta come un settore chiave quando si parla di clima, assicura la produzione, l’uso, la conservazione e la rigenerazione delle risorse biologiche per fornire soluzioni sostenibili in tutti i settori dell’economia. “L’evento specifico dedicato alla bioeconomia durante la COP27 rappresenta un importante riconoscimento del ruolo della bioeconomia come pilastro della transizione ecologica e della lotta al cambiamento climatico”, commenta Mario Bonaccorso, direttore di Cluster Spring, il cluster italiano della Bioeconomia circolare.“Quindi, la COP27 è da leggere in modo positivo se consideriamo questa opportunità offerta agli stakeholder mondiali della bioeconomia”. Le biotecnologie rappresentano, infatti, un motore di innovazione straordinario per tanti processi e prodotti che caratterizzano questo vasto meta settore”, spiega Elena Sgaravatti, Vice Presidente Federchimica Assobiotec. “La bioeconomia circolare è oggi una strada sulla quale bisogna puntare per rispondere a tante urgenti sfide globali e in primis quella di una crescita economica che sia anche sostenibile.” “Le biotecnologie applicate alla bioeconomia permettono di avere prodotti ad alto valore aggiunto e con una maggiore efficienza in termini di costi e di sostenibilità ambientale. Ma consentono anche soluzioni facilmente biodegradabili, che richiedono un minor consumo di acqua e fonti fossili, creando meno rifiuti durante il proprio ciclo produttivo”, prosegue Sgaravatti. “L’applicazione di queste tecniche può permettere di innovare settori maturi come quelli delle materie prime, della produzione di energia e intermedi, aderendo ai principi di sostenibilità ambientale, economica e sociale che sono propri della bioeconomia”. Interessano, quindi, modelli circolari di sistemi socioeconomici, energetici ed estrattivi per arrivare ad avere risorse con un ritorno di business di 2,3 trilioni di dollari e 30 milioni di posti di lavoro entro il 2030, e lavorare con la natura nel sistema delle infrastrutture e dell’ambiente costruito può generare un totale di 3 trilioni di dollari di opportunità di business e 117 milioni di posti di lavoro entro il 2030.
Ma per raggiungere gli obiettivi, affinché possa esserci il cambiamento verso un’economia più circolare e sostenibile, sono necessari determinati requisiti, come la riduzione delle emissioni, e la necessità di trovare nuove soluzioni per la produzione di energia. Per questo è importante avere una strategia che possa realizzare una visione chiara con azioni concrete. Oggi viviamo tra la necessità di ridurre l’emissione di anidride carbonica e l’urgenza di affrontare una crisi energetica, esacerbata dalla guerra in Ucraina. Già l’8° rapporto sulla Bioeconomia in Italia 2022, realizzato da Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster Spring e Federchimica Assobiotec, dimostra come la produzione diffusa di energia elettrica da fonti rinnovabili, ma anche e soprattutto il riutilizzo delle materie prime seconde in un’ottica circolare e locale, sia un potenziale su cui accelerare per far fronte a tali problemi. “Come dimostrano alcuni impianti già presenti in Europa, grazie all’impiego di biotecnologie è possibile avere processi industriali più sostenibili sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico”. Servono però politiche che forniscano un percorso strategico verso lo sviluppo sostenibile e rigenerativo. “Senza una politica che sostiene la ricerca e l’innovazione che si muove verso una direzione più sostenibile, è complicato avere ricadute pratiche che consentano di avere bioprodotti sul mercato e sistemi industriali solidi”.
Dunque, la bioeconomia è un fenomeno globale, mondiale e in Italia, al sud, ci sono aree dismesse che potrebbero diventare siti importanti per creare bioraffinerie. Inoltre, ci sono diverse regioni che hanno individuato la bioeconomia come settore su cui puntare nel loro aggiornamento della strategia di specializzazione intelligente. Ciò significa che c’è un contesto sociale, economico e anche istituzionale idoneo”.
In Italia, la bioeconomia ha raggiunto 364,3 miliardi di euro di output, secondo l’8° Rapporto sulla Bioeconomia italiana. Inoltre, l’occupazione resta stabile a 2 milioni di persone coinvolte nel settore.
Per l’Italia, ora è il momento di agire implementando politiche che riconoscano il valore della bioeconomia nel quadro della lotta al cambiamento climatico, di sviluppo sostenibile, di creazione di posti di lavoro altamente qualificati e di rigenerazione territoriale”. Dal punto di vista attuativo, però, mancano ancora alcuni aspetti pratici per poter applicare la strategia. “Mancano i codici ATECO per identificare i prodotti della bioeconomia. Servono strumenti per riconoscere il settore, un nuovo sistema di Life Cycle Assestment. In poche parole serve un “level playing field”, pari opportunità tra i prodotti fossili e quelli biobased anche attraverso la creazione di un nuovo mercato e iniziative capaci di dare uno slancio a tale comparto industriale”. È una logica che punta a trasformare quella che fino a oggi è in gran parte ricerca e innovazione in una vera risorsa economica, produttiva e industriale.
Autore: Alessandra Lofino




